Non tutti certo moriremo, recensione

Jacopo Berti ha dedicato un’ottima recensione a Non tutti certo moriremo, di Alessandro Forlani.
Ve la riproponiamo
qui di seguito con il permesso dell’autore. 

Buona lettura!


Tutti saremo trasformati, in qualche modo, dalla lettura dell’ultima tromba di Alessandro Forlani, il romanzo Non tutti certo moriremo, edito da Zona 42.

L’opera – dichiara Forlani, per venire incontro alle nostre ridotte capacità ermeneutiche – ha a che fare coi tarocchi. Non sono il tipo di lettore che va a cercare in che modo l’autore li abbia utilizzati e combinati per comporre e ordinare i capitoli del romanzo, né mi sforzo di associare ciascuno dei ventidue quadri della sequenza al rispettivo arcano maggiore, o alla rispettiva combinazione di essi, anche se la Luna, La Ruota, Il Carro e altri mi sembrano riconoscibilissimi, tra avventure ariostesche, Mike Bongiorno e cingolati che viaggiano nel tempo.

I tarocchi sono sempre stati un modo per raccontare una storia e, per gli autori che li utilizzano in letteratura, un pretesto per affidare al caso o alla necessità meccanicistica delle mani che li mescolano un frammento della paternità dell’opera, come a dire “non sono l’unico responsabile di ciò che c’è dentro il mio libro: è il Mondo che parla di se stesso attraverso di me”. E se non è il caso di scomodare i Trionfi di Petrarca, sarà almeno buona creanza accennare a Italo Calvino che ha incrociato e taroccato storie e destini in castelli e taverne. Calvino che nel 1973, esattamente 50 anni fa, scrivendo la prefazione alla sua opera, auspicava – solo per poi rinunciarvi – la composizione di un nuovo esperimento del genere, “Il motel dei destini incrociati”, con un immaginario non più medievale, ma contemporaneo, con sopravvissuti a un’apocalisse che raccontano di astronavi, guerre e scienziati pazzi.

Non so se abbia ragione chi dice che i capitoli si possono leggere in qualsiasi ordine. Nell’ordine in cui sono presentati nel libro, il protagonista di un capitolo è sempre un personaggio secondario del precedente, e questa coerenza verrebbe probabilmente a mancare. Certo è che ciascun capitolo è un breve racconto con una storia a sé stante, che rientra però in modo più o meno evidente in una vicenda di più ampio respiro temporale e tematico.

Tematico, appunto. Ma “di cosa parla” il romanzo? Sostanzialmente della fine del mondo. Ma più che annunciarla come una tromba del giudizio, la rivela. La smaschera nel suo essere una fine continua, una perpetua esplosione/implosione in quella che abbiamo la presunzione antropocentrica di definire la fine del mondo, ma che altro non è che la fine-di-noi: soggettiva di individui e collettiva come specie. Ci sopravviveranno gli alieni, che vorrebbero aiutarci salvandoci da noi stessi ma che non riescono a trovarci nel continuum temporale, tanto siamo brevi. Ci sopravviveranno gli animali e i robot, la cui pacifica convivenza ci è presentata in uno degli ultimi quadri. Ci sopravviveranno i nostri studenti – da insegnante, ho gustato e sofferto i capitoli in cui si parla di scuola – ma non saranno “noi” perché non saremo riusciti a trasmettere loro nemmeno una briciola di civiltà e cultura. Sopravviveremo a noi stessi, forse. Sopravviverà la nostra tendenza al peggiore dei mondi possibili.

Il mondo attraverso gli occhi di Forlani è uno sfacelo, un crollo continuo, dove solo sporadicamente nel tessuto sfilacciato e nel trucco sfatto della realtà si svela qualcosa di vero, buono, bello. Tutto il resto non merita nemmeno la nostra tristezza, è degno solo di canzonatura, di versi da poeta comico-realistico, di sintagmi ottonari che descrivono la seriale insensatezza degli oggetti del nostro consumo, sparsi ovunque nel testo, forse principale “cattivo” della trama, in una vicenda in cui anche i terroristi dinamitardi sono animati delle più buone intenzioni.

Potrei scrivere ancora molto perché c’è tanto altro in Non tutti certo moriremo, e chi riesca a superare la difficoltà e lo spaesamento dei primi capitoli – sforzo che vivamente consiglio – vi troverà ciò che cerca e le cose che ama, insieme alla loro più geniale e crudele negazione.

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