Letterate Magazine ha pubblicato un’intervista approfondita e affascinante di Amanda Rosso a Natalia Guerrieri intorno al suo Falena, il Nodo uscito l’anno scorso con la curatela di Elena Giorgiana Mirabelli.
Ve la riproponiamo sulle nostre pagine con il permesso dell’autrice.
Buona lettura!
In Falena, Natalia Guerrieri racconta la trasformazione di una giovane donna. Il corpo diventa luogo di cambiamento e resistenza, mentre si intrecciano realtà e visione. Con uno stile denso e immaginifico, la novella riflette su identità, desiderio e potere.
L’abbiamo intervistata.
di Amanda Rosso
Il suo Sono Fame (Pidgin Edizioni, 2021) mi ha incantata con la prosa dinamica e con il world building preciso e allo stesso tempo immaginifico. Con Falena, la novella uscita nella collana I Nodi di Zona 42 a cura di Elena Giorgiana Mirabelli, Natalia Guerrieri ci conduce in un viaggio crudo e visionario attraverso la metamorfosi di una bambina in fuga dalla guerra che diventa donna. Approdata in luoghi misteriosi, inospitali ma impregnati di magia, dove la carne è ferita e il sangue è parola, la protagonista affronta il dolore, la perdita, la rinascita e la marginalità, in una narrazione densa di immagini corporee, animali e magiche.
Guerrieri ha la rara capacità di parlare del presente senza rinunciare alla potenza dell’immaginazione. Nei suoi testi riesce a raccontare ciò che ci affligge come comunità, dallo sfruttamento, alle questioni di genere, dal corpo femminile alla migrazione, senza rifugiarsi nella sola cronaca, ma recuperando il gusto per il racconto che, come per il mito e la fiction speculativa, utilizza la fantasia come forma di resistenza. Le sue storie interrogano il reale e insieme lo trasfigurano, sempre alla ricerca di nuove possibilità narrative, di contenuti e di stile.
• Come è nata l’idea di Falena e qual è stato il suo viaggio editoriale? C’è stato un momento o un’immagine iniziale da cui tutto ha preso forma?
Falena non esisterebbe senza il legame autobiografico che ho con l’Abruzzo: il ramo materno della mia famiglia è di Teramo. Negli anni, mi sono innamorata sempre più di queste zone, che frequento, seppur per poche settimane l’anno, da quando ero bambina. La regione è ricca di folklore, narrazioni popolari e leggende e, consultando fonti storiche e antropologiche, ho scoperto diverse testimonianze riguardo alle streghe (o “sdreje”) nel territorio di Teramo. Quando Elena Giorgiana Mirabelli, editor di Zona 42, mi ha chiesto di scrivere una novella per la collana di cui è curatrice, ho pensato che fosse arrivato il momento di dedicare qualche pagina alle streghe abruzzesi. Tutto ha preso forma dalla leggenda sulla nascita dei monti Gran Sasso e Majella. Questa narrazione parla della ninfa Maia morta di dolore per la perdita del figlio Ermete e io ho iniziato a immaginare che ci fosse una terza persona con loro, di cui però non parla nessun mito e nessuna leggenda. È nata così la figura di Dana, una ragazzina dai lunghi capelli neri aggrovigliati, unghie simili ad artigli e sguardo sfuggente. Le narrazioni che ci arrivano, storiche o meno che siano, sono sempre parziali, incomplete e ricalcano per lo più il punto di vista dominante. Aggiungere una personaggia a questa storia, e farne la protagonista, significa per me sottolineare questa evidenza.
Come immagine iniziale, fondante, da cui il racconto ha preso le mosse c’è quella della trasformazione da donna a animale e da animale a donna, una costante delle storie sulle streghe abruzzesi – e non solo – che ho letto. Mi sono chiesta come mai questo elemento mi avesse colpita così tanto e perché avessi la sensazione che potesse trasmettere qualcosa di importante a una storia scritta oggi. Riflettendoci ho capito che questo passaggio da un corpo all’altro poteva essere una metafora prefetta per parlare della necessità di concepire l’animale e l’umano in maniera contigua e non gerarchica. Condividere un corpo poteva essere la metafora del condividere la Terra e le sue risorse. Interpreto così le parole di Donna Haraway riguardo alla necessità di generare parentele impreviste nello Chthulucene, in contrasto con l’individualismo del Capitalocene. Nelle testimonianze che ho letto, le streghe si trasformano spesso in gatto, ma anche in serpente, cane bianco, civetta, rospo, formica e falena. Ho voluto che queste presenze infestassero in maniera massiccia il mio racconto.
• La novella mette al centro l’esperienza migratoria. Quanto per te la migrazione è un topos letterario, e quanto invece una realtà concreta da raccontare oggi, con nuove forme e nuove voci?
La leggenda di Maia ed Ermete parla di un viaggio per mare intrapreso per sfuggire alle guerre e nel 2025 questa storia è più che mai attuale. La migrazione è certamente un topos letterario, oltre che un dato da sempre presente nella Storia della nostra specie. È necessario a mio avviso fare i conti con questo topos per domandarci come possiamo scrivere del nostro mondo e al nostro mondo. Sono convinta del fatto che tutto ciò che scriviamo sia – consapevolmente o inconsapevolmente – politico. Chi scrive ha la responsabilità di attuare una serie di scelte perché la narrazione che introdurrà nel mondo avrà un peso.
Il bisogno di trovare uno spazio di pace, oltre a uno spazio di espressione, è centrale nella novella proprio perché Falena, con le sue atmosfere mitiche, fiabesche e il suo Abruzzo arcaico, parla del nostro 2025.
• Ma al centro di Falena c’è anche il corpo femminile: ferito, stigmatizzato, ma anche fonte di forza. Anche in Sono Fame hai raccontato di un corpo che è allo stesso tempo luogo narrativo e politico…
Il corpo è spesso al centro in ciò che scrivo e in Sono fame e Falena questa scelta è particolarmente visibile.
In Sono fame, al centro del romanzo ho posto un corpo di giovane donna sfruttato – e auto-sfruttato – nel contesto dell’iperproduzione, in una capitale cannibalica. Nell’epoca dell’apparente smaterializzazione del lavoro, volevo rendere visibile proprio un corpo di giovane donna che lavora.
In Falena, mettere corpi di donna, corpi di animali, corpi ctoni, citando sempre Haraway, al centro del discorso è stato necessario in un mondo dove la conquista di diritti che hanno a che fare con l’affermazione della propria identità, la messa in discussione dei ruoli tradizionali e la rifondazione dell’assetto sociale restano ancora un obiettivo.
Il tempo stesso di tutta la novella è scandito dalle mestruazioni di Dana. Il tempo della novella quindi si contrappone radicalmente a quello, artificioso e prevaricatore, della produzione e rivendica l’esistenza di un ritmo totalmente altro, un ritmo che il contesto capitalista ignora o bandisce.
• La relazione fra femminilità e potere, potere magico ma anche la facoltà di decidere di sé e del proprio destino. In che modo pensi che la letteratura – specialmente quella di genere – possa farsi spazio di alleanza e sovversione delle narrazioni sul femminile?
Questo tema è molto presente in Falena e sono felice che la tua domanda lo metta in evidenza. Questa non è la storia di una vittima, anche se Dana vive sulla propria pelle il dolore del rifiuto e la violenza. Il potere che è in lei è molto forte e le consente di plasmare – oltre che se stessa in maniera libera – uno spazio diverso, che non è solo per lei ma per tuttə coloro che non rientrano nei canoni della società.
Nicoletta Vallorani, in vari scritti e interventi, tra cui l’articolo “Le fabbricanti di storie”,[1] sottolinea come Donna Haraway, Ursula K. Le Guin, Alice Sheldon (J. Tiptree Jr.), Octavia Butler e altrə abbiano dimostrato da sempre un’enorme consapevolezza del potere che la loro scrittura poteva avere sulla realtà. Anna Pasolini definisce la modalità narrativa del fantastico perturbante, in quanto portatrice di cambiamento sia nel testo che nella realtà.[2]
Non è sufficiente dire che le storie hanno un impatto sul mondo, credo che le storie concorrano a costruirlo. Che lo vogliamo o meno, quando scriviamo abbiamo una grande responsabilità. Certa letteratura è oggi uno spazio di alleanza e di sovversione delle narrazioni sul femminile e la letteratura di genere – in particolar modo tutto ciò che può rientrare sotto la dibattuta definizione di fantascienza, che come dice Le Guin non prevede né prescrive ma descrive[3] – spesso ha assunto questo ruolo più di altre.
Credo che rappresentare qualcosa attraverso le storie renda possibile la legittimazione – se non perfino l’esistenza? – di quel qualcosa nel mondo. Quindi finché determinate identità non vengono rappresentate anche narrativamente è più difficile che esse trovino uno spazio nella realtà.
Con Falena, nel mio piccolo, cerco di rappresentare un’alterità, quella di Dana e di tutte le creature che stanno con lei, che non rappresento come un gruppo sparuto ma come migliaia.
Sono consapevole del fatto che la figura della strega sia anche un simbolo. Tuttavia, i racconti, i romanzi, le storie di streghe non sono tutti assimilabili, ma si potrebbero distinguere – se mi consentite l’operazione un po’ grossolana – in sottogruppi. C’è una tipologia che mette in particolar modo in evidenza le torture, le violenze, le ingiustizie patite da quelle che sono più che “vere streghe” piuttosto delle outsider, capri espiatori dei mali di una società. Ci sono altre storie, come per esempio quella di Elizabethdi Ken Greenhall, in cui le streghe rappresentano un elemento lievemente disturbante di un sistema al quale tuttavia restano per così dire “organiche”, un sistema che la loro presenza serve quasi più a riconfermare che a mettere in discussione. C’è poi un altro sottogruppo, in questo elenco incompleto che sto tratteggiando, in cui l’essere strega – identificato essenzialmente nei due tratti di avere un potere e di non inserirsi nell’ordine costituito – viene rivendicato in un’ottica femminista. Falena si avvicina a questa ultima tipologia e per questa ragione l’emancipazione – e ancora prima l’affermazione di sé – non è individuale ma collettiva, non riguarda solo le donne e non riguarda solo le creature umane.
• Nel testo affiora una lingua ibrida: popolare, visionaria, corporea, che attinge tanto al dialetto quanto all’epica e al sacro. Come hai lavorato sulla voce narrante e sul ritmo della prosa?
Le fonti che ho studiato hanno dato un grande apporto a tutto il lavoro e anche alla costruzione della lingua. Altri riferimenti sono stati per me il mito, la fiaba, il racconto popolare. Questa scelta è dovuta anche al fatto che Falena narra la storia di una fondazione, ispirata da La parabola della matriarca di Simone Marcelli Pitzalis. Insieme a Simone ho riflettuto molto sulla novella in fase di brainstorming ed è stato suo il suggerimento di raccontare l’inizio di un mondo – di cui ora non ho lo spazio per parlarvi – che aveva preso forma nella mia mente. Infine, non avrei potuto scrivere senza la musica. Ho assemblato una playlist apposta per la scrittura di Falena, e le atmosfere di brani come Trøllabundin di Eivør Pálsdóttir, Norupo degli Heilung e Wulfwiga di Sowulo hanno guidato il ritmo delle mie dita sulla tastiera.
• Hai scelto la forma della novella, un racconto lungo ma compatto, molto denso ma essenziale. Cosa ti ha spinta verso questa misura narrativa?
Spero di cavarmela con una battuta – quantomai veritiera – ammettendo che non avrei mai scelto questa forma se Elena Giorgiana Mirabelli non me l’avesse proposta. Le ottanta pagine circa di Falena sono state una sfida: non potevo affidarmi all’estemporaneità di un racconto breve ma al contempo non avevo lo spazio per costruire strutture complesse, sottotrame o altro. Ho cercato di sfruttare questa lunghezza per sperimentare con lo stile, una libertà che altrimenti non mi prendo facilmente.
• Nel testo si percepisce un legame profondo con la terra, con le montagne, con un Abruzzo arcaico e selvatico, più evocato che nominato. Che ruolo ha avuto questa regione nella costruzione dell’immaginario di Falena?
Non avrebbe potuto esserci Falena senza le montagne, i boschi, i prati, gli animali che costellano la mia mente come presenze costanti. Conosco e frequento abbastanza spesso in particolar modo le Alpi Orientali e la zona del Gran Sasso. Si tratta di montagne fra loro distanti, collocate in contesti diversi, ma ciò che le caratterizza è – banalmente – il predominio di alberi, prati, tronchi, ruscelli, animali su strade e cemento. Sono consapevole del fatto che si tratta di paesaggi altamente antropizzati, che la presenza di un albero piuttosto che di un altro dipende da una scelta umana. Ciò non cambia la mia predisposizione a sentirmi bene in luoghi del genere e l’abitudine a visitarli con la mente quando non posso farlo altrimenti. L’Abruzzo, poi, come dicevo poco fa, è alla base stessa di tutto il progetto.
• E per concludere, visto che LM è una rivista letteraria, ti chiedo quali libri o autrici/autori ti hanno accompagnata durante la scrittura di Falena? E cosa stai leggendo in questo periodo?
Per la scrittura di Falena sono state di fondamentale importanza le fonti che cito anche nella bibliografia del libro, soprattutto Volare al sabba di Cesare Bermani. In più Donne che corrono con i lupi è stato motivo di grande ispirazione per alcune immagini archetipiche, come quella della loba. Molti saggi hanno nutrito le mie riflessioni sulle streghe, ma forse è soprattutto importante citare Calibano e la strega di Silvia Federici.
Spostandoci nei territori della narrativa, è stata fondamentale la lettura del già citato La parabola della matriarca di Simone Marcelli Pitzalis, con cui Falena è in risonanza. Poi posso citare Lolly Willowes di Sylvia Townsend Warner e Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson perché in entrambi i libri la protagonista esercita come proprio sommo potere la libertà.
Devo però citare anche i riferimenti cinematografici che mi hanno accompagnata, in particolare The Witch di Robert Eggers, che un viaggio fatto di recente nel New England mi ha permesso di comprendere meglio, e La principessa Mononoke di Hayao Miyazaki. Un altro film con cui – forse paradossalmente – Falena è in risonanza è The Substance, di Coralie Fargeat, che ho guardato però solo durante l’ultima revisione, per l’esplosività pulp della carica di ribellione che contiene.
I libri che ho sul comodino al momento sono Uomini pallidi di Giovanni Peparello e La fabbrica di Hiroko Oyamada, il primo è una sorta di rompicapo che contiene la chiave delle sorti del nostro mondo, il secondo parla di lavoro, attraverso il fantastico, nella maniera precisa e perfetta che possiamo invidiare alla letteratura giapponese contemporanea. Si tratta di libri che, prendendo ancora in prestito le parole di Le Guin[4], grazie all’immaginazione ci permettono di acquisire percezione, compassione e speranza, fanno in sostanza ciò che gli ottimi libri dovrebbero fare.
[1] https://www.doppiozero.com/le-fabbricanti-di-storie
[2] Anna Pasolini e Nicoletta Vallorani, Corpi magici. Scritture incarnate dal fantastico alla fantascienza, Mimesis, 2020, p. 15.
[3] Ursula K. Le Guin, Introduzione a La mano sinistra del buio, Oscar Mondadori, 2021, p.IX.
[4] Ursula K. Le Guin, I sogni si spiegano da soli. Immaginazione, utopia, femminismo, Sur, 2022, p. 18.
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