Malpertuis e Zona 42, seconda parte: l’intervista ad Andrea Viscusi

Pubblichiamo anche sul nostro sito il pezzo che Elvezio Sciallis ha dedicato a Zona 42 e all’uscita di Dimenticami Trovami Sognami. Viste le dimensioni dell’articolo originale abbiamo pensato di dividerlo in due parti. In questa seconda parte vi proponiamo l’intervista con Andrea Viscusi, autore del primo romanzo italiano della nostra casa editrice.

DTS Cielo Elv

1) Perché aggiungere un ennesimo romanzo all’immane blob che già soffoca l’Italia e il mondo intero e probabilmente è arrivato già a qualche luna di Giove? Cosa pensi che abbia di speciale e interessante la tua opera, cosa credi che possa farla spiccare in mezzo ad altre?

Beh, il mio è un romanzo innovativo, che ridefinisce il genere, si pone oltre le etichette, e… no ok, questi sono gli strilli che si mettono sulle fascette che dichiarano 8 milioni di copie vendute in due settimane, quindi non è il caso. Se mi chiedi perché con tutto quello che già si trova in giro il mio libro merita di essere pubblicato, forse è una domanda più adatta all’editore, e magari Giorgio ti potrà rispondere. Io ti posso dire, da lettore e autore, perché il mio libro merita di essere letto. Credo che DTS (userò l’acronimo per semplicità) sia una storia matura, ben costruita, che non ricorre ad artifici per acchiappare e tenere sveglio il lettore. Da questo punto di vista credo anzi che non sia per niente innovativo, al contrario quasi “classico”. Il focus principale sono le idee che stanno alla base della storia, che forse non sono molte ma abbastanza complesse, e vengono esposte senza temere l’infodump. Credo anche di trattare il lettore con massimo rispetto, concedendogli tutti gli elementi per comprendere le idee e le vicende ma senza forzare troppo, lasciandogli la facoltà di interpretare e trarre le proprie conclusioni, in un rapporto alla pari. In un libro è una cosa che apprezzo sempre, quando l’autore non si pone su un livello diverso nei confronti del pubblico, pertanto credo che chi legge DTS potrà a sua volta apprezzarlo.

 

2) Tutti scrivono. Molti fotografano. Molti altri ancora cucinano. Non pochi fotografano quello che cucinano et viceversa.
Non molti però scolpiscono la giada di Sumatra, realizzano artistici cesti di vimini in stile alto-tibetano o sono flautisti blasfemi di Yog-Sothoth. Secondo te, difficoltà a suonare il flauto nello spazio a parte, perché?
E, domanda da un milione di bitcoin, tu perché scrivi?

Ouch, citando la fotografia tocchi un argomento di molteplici discussioni avute con la mia ragazza. Lei si diletta di fotografia (credo sia anche bravina ma ho il gusto estetico di un’ostrica quindi non so formulare giudizi assennati), e io più volte la stuzzico dicendo che la fotografia non è un’“arte”, perché non crea nulla, si limita a dare una visione di quello che già c’è (e con questa teoria farò incazzare anche Giorgio, visto che pure lui fotografa).

Andrea ViscusiOra, il discorso è un po’ una provocazione, sicuramente i limiti sono tutti miei nel non capire il lato artistico della fotografia, ma un fondo di verità credo che ci sia. Credo che la riposta a “perché tutti scrivono” sia da ricercare ad un paio di livelli.

Innanzitutto, per formazione obbligatoria tutti sanno scrivere (o almeno lo ritengono), per cui da riuscire a scrivere a pensare di poter scrivere il passo è breve. Questo comporta anche quel tipico atteggiamento di sufficienza nei confronti degli autori, del tipo “Oh, hai scritto un libro? E che c’è di straordinario, anch’io so scrivere!”. Questo stesso discorso si applica appunto a fotografia e cucina (e grafica, web design…): siccome gli strumenti e le nozioni per applicarsi a queste forme di arte (intendo il termine in senso molto lato) sono alla portata di tutti, tutti si sentono in grado di potercisi dedicare, senza necessariamente acquisire una vera competenza nella materia. Il violino, la scultura e i bonsai richiedono invece uno sbattimento ben più elevato, che agisce da filtro verso coloro che non hanno la motivazione o la dedizione adeguata.

In secondo luogo, sempre a causa della formazione che abbiamo subito tutti, esiste il mito dello scrittore solitario, l’idea romantica che si possa chiudersi in una stanza a luce spenta e sbrodolare su un foglio tutto quello che ci passa in testa, e questi testi un giorno saranno accolti con entusiasmo da qualcuno in grado di “capire”. L’idea che la scrittura possa essere un mestiere, più affine al concetto di artigianato che di arte, e che anche grandi autori del passato vi si applicassero in maniera molto pratica, è secondaria, e contribuisce ad alimentare la percezione della scrittura come di qualcosa che non richieda studio, pratica e fatica.
Infine, #ioscrivoperché?

Anche in questo caso non mi affido ai cliché romantici della scrittura come sfogo di pulsioni interiori represse, unico modo per comunicare con il prossimo, bisogno fisiologico di creare o lasciare un’impronta. Certo in minima parte anche questi aspetti entrano in gioco, ma non sono quelli che mi spingono a mettermi a lavoro. Analizzando a posteriori la mia produzione, credo che il movente che mi spinge sia quasi sempre quello di fornire ai miei potenziali lettori delle prospettive diverse, mostrare che il mondo come lo conosciamo o siamo abituati a considerarlo non è l’unico o il migliore possibile. Il mio lettore ideale è un individuo curioso, che non si ferma al significato letterale del testo (e quindi alle vicende narrate) ma riesce a percepire che c’è altro al di sotto delle parole, come c’è altro al di sotto della nostra esperienza di vita quotidiana. Questo spiegherebbe anche perché scrivo principalmente fantascienza, che più di ogni altro genere mi sembra adatta per suscitare questo tipo di reazione, e perché torno così spesso su alcuni temi che più di altri mi affascinano (evoluzione, religione, intelligenza, realtà) e a mio avviso possono provocare il PoV shift a cui miro.

 

3) Perché Zona 42?

Forse anche qui la domanda più appropriata sarebbe da rivolgere a Zona 42 chiedendo “Perché Andrea Viscusi?”, tuttavia mi piace pensare che anche l’autore con le giuste proporzioni possa scegliere con chi pubblicare, e in questo senso ci sono editori ai quali, pur sapendo di poter risultare interessante, non proporrei mai i miei lavori. Al contrario Zona 42, a essere onesto, era il mio “editore ideale”. Non sono stato io a propormi, perché sapevo che la linea editoriale della neonata casa editrice puntava alla traduzione di opere di autori internazionali ancora inedite in Italia, ma l’invito è arrivato proprio da parte loro, che già sapevano che avevo un romanzo pronto, quindi probabilmente ci stavamo spiando a vicenda. Inizialmente potevo solo sospettarlo, ma lavorando insieme ho avuto conferma del fatto che condividiamo pressappoco la stessa visione di quale sia la buona fantascienza, che cosa ci interessa proporre e cosa no, come muoversi nell’ambiente dell’editoria e a chi appoggiarsi. È stata quindi una grande soddisfazione potermi affidare a loro, e, forse, anche viceversa.

 

4) Cosa pensi del self publishing?

4ApocalissiSentimenti contrastanti. Credo che abbia delle potenzialità molto elevate, e io stesso infatti mi sono buttato sul selfpublishing per una manciata di raccolte (free o a pagamento) fino a un anno fa. Poi però ho abbandonato questa strada, perché sono arrivato alla conclusione che il settore del self non è ancora “maturo”. Credo che esistano un paio di storture alla base del meccanismo che ne inficiano drammaticamente la validità. Il primo è il fatto che tutto è basato sul circuito Amazon. Ok, so che non è esattamente così, che ci sono altri portali, anche con buoni numeri, su cui ci si può proporre. Ma lo strapotere di Amazon è evidente, e qualunque autore self, se vuole ottenere dei risultati, deve necessariamente (se non esclusivamente) passare di lì, accettando tutte le regole del gioco e sottoponendosi al meccanismo (facilmente crackabile) di recensioni e stelline e classifiche orarie.

Vedo tutti i giorni sui social scrittori che si propongono come self fare screenshot orari della posizione in classifica dei loro testi su Amazon, e questo è… non so, direi quasi “perverso”.

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, per carità, ma sembra che la misura del valore di un’opera sia tutta lì, e a me risulta alquanto avvilente.

Il secondo fattore che limita le potenzialità del selfpublishing è il fatto che la mancanza di filtri (anche meramente economici, come quelli imposti dalle malefiche EAP) consente letteralmente a chiunque di inserirsi nel circuito. Ora, distinguere la merda dalle cose interessanti non è difficile, ma comporta uno stress enorme per un lettore con un minimo di buon senso, costretto a scavare nei cumuli di palta (cosa che farebbe anche in una libreria, ma certo con numeri molto inferiori) per scovare qualcosa: io personalmente dopo pochi mesi ho perso il gusto di navigare a vista nel kindle store, ormai vado alla ricerca specificamente di quello che so già che mi interessa.

Lo stesso stress, ma n-plicato, lo deve subire l’autore self, anche quello “meritevole”, perché per farsi notare in quel cumulo di palta c’è bisogno di un piano di marketing a livelli di una multinazionale, e questo per ottenere un guadagno (se va bene) di una decina di euro. Alla fine l’equilibrio tra la parte letteraria e quella pubblicitaria si rompe, e l’autore è costretto a dedicarsi all’autopromozione invece che alla scrittura.

E questo non può essere un bene.

Quindi il selfpublishing non è il male, e qualcosa di buono si può trovare davvero; ma non è nemmeno la soluzione ai mali dell’editoria, anzi, rischia di evolversi in un settore ancora più malato del cartaceo, che ne amplifica a dismisura i vizi già noti.

 

5) Hai un “metodo” di scrittura? Sei una persona che si documenta a fondo, prepara schemi, scrive ogni giorno, ha una stanza preferita o cosa?

Confesso la mia drammatica mancanza di metodo. O meglio: difficilmente lavoro su scalette o con obiettivi precisi (del tipo: 3000 parole al giorno), anche se in genere questo mi porta ad accelerare drasticamente la velocità di lavorazione all’approssimarsi di una scadenza (una consegna, un concorso).

Non uso di solito schemi, ma per DTS ho trovato utile preparare una lista dei capitoli, soprattutto per riuscire ad avere chiara la struttura della storia, visto che avevo un’alternanza precisa da rispettare per i capitoli. Inoltre dopo la prima versione mi sono preparato anche una timeline per essere sicuro di calcolare bene le età e le durate in una storia che abbraccia nel complesso quasi trent’anni. Non ho specifiche esigenze “fisiologiche” per la scrittura, richiedo solo un certo isolamento e musica di sottofondo, ma nessun rito particolare.

 

6) Come è nato questo tuo romanzo? Quanto tempo è trascorso dall’ideazione al draft finale? Quali i principali ostacoli e come hai lavorato per saltarli o aggirarli?

Volendo risalire alle origini remote, una versione embrionale della storia che si trova qui era in un raccontino (forse neanche 10.000 caratteri) scritto diversi anni fa e incluso in una raccolta multiautore che non ho mai letto. In quello c’era già l’idea dell’onironauta e della sua missione lunga un decennio, con il successivo ritorno alla vita quotidiana e alla sua compagna in attesa. Era un’idea che mi piaceva molto e avrei voluto svilupparla meglio, ma non mi sembrava di poterne tirare molto altro. Avevo poi un altro spunto in testa (quello della seconda parte del romanzo) e mi sono accorto che c’era un punto di contatto tra i due: i sogni.

Ho quindi cercato il modo di far confluire le due storie, e questa probabilmente è stata la difficoltà maggiore. Se infatti avevo abbastanza chiaro come sviluppare la prima e la seconda parte (che di fatto sono abbastanza slegate tra di loro, almeno in partenza), mi serviva poi congiungerle con qualcosa.

La terza parte non è stata quindi semplice da concepire e mettere insieme, mi serviva riannodare diversi aspetti tenuti in sospeso nelle precedenti, ma una volta trovato l’incastro tutto ha funzionato (e devo ammettere, a mio avviso in modo abbastanza elegante). Se si considera il tempo che mi è servito a scriverlo, al netto di questi periodi di “progettazione” (perché ho iniziato solo una volta chiarita l’intera struttura), tutto sommato ci ho messo relativamente poco: da settembre 2013 a metà gennaio 2014.

La prima versione poi ha subito diverse riscritture dopo la lettura di Zona 42, e direi che possiamo quindi aggiungere un altro mese circa di lavoro per le versioni intermedie e quella finale (la quarta).

Ecco Dimenticami Trovami Sognami 900

7) Che rapporto hai con la tecnologia? Sei online quando scrivi? Credi che l’impiego di un software modifichi la tua scrittura?

Sono aperto a qualunque innovazione anche se ho le mie riserve su molti dei ritrovati tecnologici contemporanei. Per dire, odio il touchscreen, e sto cercando di tirare il più possibile il mio Blackberry di 6 anni per non dover essere forzato a passare a quello, e lo stesso vale per il mio lettore mp3 alimentato con pila AAA che trovo molto più pratico delle batterie caricate tramite usb.

Di solito sono connesso quando scrivo, cosa che si rivela molto utile nelle prime fasi della stesura, quando ogni due righe ho bisogno di fare ricerche per essere sicuro di quello che scrivo.

La distrazione però è sempre dietro l’angolo (e non parlo necessariamente di facebook e social vari, magari anche interessantissime catene di collegamenti su wikipedia che però mi portano fuori strada), quindi ho appurato che è molto più facile scrivere in isolamento dal cyberspazio. Di fatto la stesura di DTS è iniziata una sera in cui non mi trovavo a casa mia ed ero senza connessione, impossibilitato quindi al pazzeggio.

Non uso particolari software di scrittura, almeno non fino ad adesso, ma ho sentito parlare bene di Scrivener e vorrei provarlo per il prossimo progetto “lungo”, non credo che sia necessario per semplici racconti di 10-20 cartelle.

 

8) Cosa ti ha regalato questa esperienza? Come ne esci arricchito?

A parte il curriculum aggiornato, posso dire di avere una cognizione maggiore di come scrivere un romanzo, cosa che in passato avevo già fatto ma solo per “opere giovanili”. Ho superato una soglia per cui potevo nutrire qualche timore ma che adesso so di poter affrontare di nuovo quando voglio.

Inoltre è stato molto positivo il rapporto con Zona 42, il fitto scambio reciproco di pareri e suggerimenti e l’editing maniacale (che include l’uso di strumenti avanzati come GoogleFight) svolto di persona.

Credo di aver imparato meglio “come si fa” un libro, e questo unito all’esperienza di organizzazione e PR che mi sto facendo insieme alla Factory Editoriale I Sognatori credo contribuisca molto alla mia formazione di “professionista”, nel senso di autore competente non solo nella scrittura ma anche in tutti i meccanismi che gravitano intorno a questo ambito.

 

9) Sei soddisfatto della ricezione di pubblico e critica fino a questo momento? A prescindere dal “mi è piaciuto moltissimo/lo uso come zeppa per il tavolo in cucina”, credi che chi ha letto e valutato abbia più o meno compreso quel che volevi dire o ci sono stati casi di letture drasticamente differenti, che magari ti hanno rivelato un aspetto della tua opera cui non avevi pensato?

Diavolo, sì! A parte il fatto che finora ho ricevuti tutti commenti positivi (in un range dal sorpreso all’entusiasta), e anche quelli che rilevano qualche appunto si concludono comunque con pieno apprezzamento, ho potuto notare che in genere tutti i lettori sono riusciti a cogliere gli aspetti più “nascosti” del romanzo, le cose che non ho detto ma volevo si capissero, e questa è per me sempre la più grande soddisfazione.

E come già mi è capitato ad esempio coi racconti di Spore, anche qui nei commenti dei lettori ho trovato alcuni spunti che io stesso non avevo considerato ma che forse sono corretti, e probabilmente hanno davvero contribuito alla resa finale dell’opera.

Penso ad esempio al tuo accostamento a certe opere di Spike Jonze, qualcun altro ha citato Eternal Sunshine of the Spotless Mind (che per inciso è il mio film preferito, quindi doppia gioia), altri ancora La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Tutti collegamenti che io non ho volutamente cercato, ma che a posteriori mi accorgo essere davvero presenti. Quindi, almeno fino ad adesso, penso di essere riuscito a suscitare nel lettore quello che in effetti ha smosso in me la scrittura di questa storia. Che poi sarebbe l’obiettivo primario della scrittura stessa, no?

 

10) Oltre a scrivere fantascienza, la leggi anche? Leggi in originale o solo opere tradotte? Senti di appartenere a qualche “corrente” della fantascienza? In che stato di salute ti sembrano versare la fantascienza italiana e quella mondiale?

Leggo preponderantemente fantascienza, sia in italiano che in inglese, anche se ultimamente cerco sempre di orientarmi sulla lingua originale perché ho buoni motivi per dubitare di molte traduzioni. Non mi identifico con nessuna corrente specifica, e a parte un discorso più superficiale di identificazione dei sottogeneri non vedo nemmeno una grande necessità di definire le tendenze.

Da lettore digerisco più o meno tutti i diversi rami che partono dal tronco principale, da autore credo di orientarmi più su quella che è la fantascienza “hard”, cioè quella con un contenuto speculativo alto, anche se poi mi dicono che molti dei miei lavori hanno una componente “umanistica” molto forte. Di conseguenza, ho ancora maggiori difficoltà a inquadrarmi in una corrente specifica. Parlare dello stato della sf mondiale e di quella italiana all’interno di un’altra domanda in un’intervista già molto lunga (e sono poco oltre metà) non è il caso. Ci sarebbe davvero tanto da dire, e periodicamente il discorso viene riaperto nel ristretto ambiente della fantascienza italiana, dove abbiamo una quasi perfetta sovrapposizione tra fandom, autori ed editori.
Posso dire però che a differenza di quanto sostengono in molti la fantascienza non è morta, anzi, in questo periodo rimane uno degli strumenti più validi per comprendere la realtà che ci circonda.

Viscusi letture

11) Leggi anche saggistica e testi scientifici di livello accademico oppure consumi solo materiale divulgativo abbastanza specializzato (chessò, sul modello di popsci o nautilus)? Puoi consigliare qualcosa di accessibile ai lettori che non hanno formazione accademica?

No, a livello accademico purtroppo non ci arrivo, credo di aver perso un po’ della mia freschezza giovanile nel riuscire a seguire testi scientifici veri e propri. Seguo però diversi blog “semiprofessionali”, nel senso tenuti da veri professionisti del loro settore che però si “abbassano” al livello divulgativo, mantenendo la buona abitudine di citare fonti e parlare con vera cognizione.

Mi dedico soprattutto a quelli che trattano gli argomenti che mi stanno più cari: evoluzione, paleontologia, matematica. Di questi, tra i blog italiani, posso citare ad esempio Theropoda, L’orologiaio miope, Estropico, Gli studenti di oggi.

Sto dietro poi ad alcuni aggregatori, in questo caso in inglese, e quando vedo comparire notizie interessanti seguo i link a ritroso fino alla fonte originale.

 

12) DTS nasce da scienza e fantascienza o ha radici anche in altre discipline quali scienze cognitive e filosofia? Sei partito da una riflessione sul sé, sulla natura, sulla società, da qualche tendenza che vedi in atto per poi elaborare una tua visione personale?

Come spiegavo qualche domanda fa, l’origine di DTS è un racconto che aveva come base soltanto l’idea dell’onironautica, quindi qualcosa di puramente fantascientifico (e che, lo ammetto, richiede una buona dose di suspension of disbelief).

Il resto della storia invece nasce da riflessioni personali su vicende anche piuttosto banali. Nella seconda parte ci sono un paio di accenni agli episodi che mi hanno portato a ipotizzare il meccanismo della retcon: il purè e il biglietto dell’autobus perduto. Quindi se anche sono arrivato a profonde teorie filosofiche e cosmologiche in realtà sono partito da tutt’altro.

Direi anzi che DTS rispetto ad altri miei lavori (penso ad alcuni racconti di Spore) contiene molto meno speculazione a livello scientifico e sociale, ma forse più sense of wonder.

 

13) Stai “già” scrivendo una nuova opera? Puoi anticiparci qualcosa?

Il lavoro su DTS mi ha tenuto fuori dai giochi per un po’, e conto di recuperare completando un paio di racconti medio-lunghi che mi frullano da parecchio in testa, e spero di fare in tempo a presentare ad alcuni concorsi. Sto comunque pensando anche al “prossimo romanzo”, e proprio un paio di giorni fa mi è scattata in testa la molla che mi consentirà di ampliare in romanzo Sinfonia per theremin e merli, un racconto a mio avviso molto valido.

 

14) Hai un blog personale, per quanto mi riguarda un luogo esemplare non tanto/solo per i temi che affronti ma per il modo pacato con cui li affronti, è un luogo privo di certe attitudini che sembrano ammorbare parte della blogosfera italiana. Come vivi l’esperienza di redigere un blog? Cosa rappresenta per te?

Prendo il blog molto alla leggera, lo considero una sorta di conversazione aperta con un pubblico immaginario, una sorta di monologo in differita. Non mi preoccupo più di tanto del successo, non inseguo il pubblico e non adotto i trucchetti SEO per aumentare l’indicizzazione. Di fatto non credo si possa dire che è un blog seguito, le visite non mancano ma non sono numeri considerati “validi”, i commenti sono meno di una decina ogni settimana. Riesco comunque a portarlo avanti con serenità, e mi serve anche come esercizio per mantenermi sempre attivo sul lato della scrittura, per evitare di perderci la mano. Quindi va bene così.

 

15) Capirai bene che è domanda obbligatoria: perché questa “ossessione” per Futurama?

SlurmIo credo che la domanda vera sia: perché voi non avete l’ossessione per Futurama?

In effetti io non sono un grande fan delle serie animate (mentre negli ultimi tempi i film d’animazione mi stanno dando in media più soddisfazione del cinema con gente di ciccia), ovviamente sono cresciuto con i Simpson a ora di pranzo ma per esempio non ho mai visto un episodio di South Park.

Futurama però a qualcosa di più rispetto a tutti questi: oltre a essere estremamente geek (ma in modo rispettoso, non con quell’atteggiamento irrisorio “ma-quanto-sono-sfigati-questi” verso il mondo geek che si può trovare in altre serie come Big Bang Theory), e straripante di omaggi alla storia e tradizione della fantascienza, ha uno straordinario arco narrativo, con una continuity sostanzialmente coerente e personaggi che si evolvono nel corso delle stagioni, senza venire in seguito resettati o retconizzati, come è la prassi nelle serie tv.

È anche l’unica serie che sia riuscita a farmi piangere, e più di una volta. Infine non si può non ammirare la tenacia del fandom che con il suo supporto è riuscito a resuscitarla ben due volte, prima passando dalla Fox al direct-to-dvd, e poi da questo a Comedy Central. E qualcuno, dopo il quarto series finale, parla di Netflix…

 

16) Un disco, un libro, un film recenti e tre perché.

Posso includere il 2013 nella definizione di “recente”?
In tal caso posso citare:Per il reparto musicale, EX di Plastikman. Plastikman è stato uno dei pionieri della minimal, con i suoi suoni puliti e i loop acidi, poi a fine anni 90 Richie Hawtin ha abbandonato questo alias e si è un po’ perso.
A fine 2013 però ha eseguito un live set riproponendo quelle sonorità e quella registrazione è appunto contenuta in quest’album, che di per sé non ha niente di innovativo ma dimostra la straordinaria versatilità dei suoni più semplici.

Her PosterCome libro cito The Adjacent di Christopher Priest, autore che sto scoprendo di recente e che cito anche in chiusura di DTS. Ho letto questo libro l’estate scorsa, quando DTS era già completo e in valutazione da Zona 42, e mi ha colpito davvero tanto l’affinità di certi temi e anche certe sequenze. Non voglio dire che è bello perché assomiglia al mio (e in effetti non gli assomiglia), ma forse mi ha colpito particolarmente perché ho sentito una particolare vicinanza a quanto narrato da Priest. È una storia di fantascienza, ambientata in un futuro prossimo e su più mondi, solo che non è facile definirne i confini. Sul blog ne ho parlato in modo approfondito, potete leggere il mio commento completo lì.

Il film recente che mi ha colpito di più è Her, e su questo non ho alcun dubbio. La facilità e l’eleganza con cui Spike Jonze (autore e regista) è riuscito ad affrontare temi di una profondità incalcolabile (l’intelligenza, l’identità, il rapporto tra coscienza ed emotività, la singolarità tecnologica) è straordinario.
Un film in cui, a detta di molti “non succede niente”, eppure viene detto tutto. E che alla fine dei conti si può descrivere come una storia d’amore. Ti ricorda qualcosa…?

 

17) Ti ringrazio per la lunga chiacchierata, c’è qualcosa che vorresti aggiungere mentre saluti i lettori?

Grazie a te per lo spazio concesso, di cui forse ho un po’ abusato. Non credo di dover aggiungere altro perché ho parlato già abbastanza. Posso solo far presente che qui l’argomento di partenza era il mio libro e Zona 42 che l’ha pubblicato, ma ci sono anche altre realtà interessanti che si muovono nell’ombra e hanno molto da offrire, di solito spinte soltanto dalla loro personale passione. Certo non sono fighi quanto il team Z42, ma meritano di essere seguiti.

Quindi stay hungry e non disperate, che qualcosa di buono si trova.

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