Madre Nostra, recensioni #3

Alessandro Vietti è un nostro autore, e ci fa molto piacere condividere con voi quel che ha scritto una volta terminata la lettura di Madre Nostra di Stefano Paparozzi .


Ero davvero molto curioso di leggere il nuovo romanzo italiano di Zona 42 perché in qualche modo mi sento coinvolto, avendo contribuito con Real Mars – insieme con Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi – a formare, nell’ambito del catalogo di Zona 42, come una specie di prospettiva della narrativa fantastica italiana da parte di un editore ambizioso e coraggioso, un editore che fin dal principio della sua attività non ha mai avuto paura di osare, di sparigliare le carte, di andare – se non proprio controcorrente – quanto meno all’esplorazione di territori nuovi o poco battuti rispetto alla proposta editoriale fantascientifica che si trova sugli scaffali delle librerie italiane. Ed è bello scoprire che, da questo punto di vista, Madre Nostra di Stefano Paparozzi si inserisce con perfetta coerenza in questa visione (missione).

Sì, perché ci si accorge subito che Madre Nostra è un romanzo che solo un autore folle (nel senso migliore del termine, ovviamente, ovvero coraggiosissimo) avrebbe potuto scrivere. E questo per almeno tre importanti motivi:

1) l’idea di partenza, geniale, ma semplice, come sono quasi sempre tutte le idee geniali: ipotizzare l’esistenza di una ragazza (la protagonista) che resta incinta senza aver avuto rapporti sessuali – dunque vergine – fin dall’inizio della sua adolescenza. “Dove ho già sentito questa storia?”, vi chiederete voi. Ebbene, è evidente che un’idea di questo tipo, che attinge in maniera così forte a un bagaglio culturale e, consentitemi il termine, “mitologico” (la nascita da madre vergine non è solo uno dei cardini della religione cattolica, ma fa parte di molti miti preesistenti a essa), è davvero pericolosissima per il terreno culturale minato in cui va a situarsi, ma nel contempo, vista in prospettiva, anche stimolante al massimo grado per tutte le implicazioni che solleva;

2) la scelta da parte dell’autore (giovane e alla sua prima prova nella narrativa lunga) non solo di una protagonista femminile, che già potrebbe costituire una notevole difficoltà, ma di una protagonista femminile alle prese con l’esperienza femminile per eccellenza, la maternità. Roba, insomma, da far tremare i polsi agli autori più celebrati e affermati;

3) la struttura rigorosamente diaristica attraverso la quale Paparozzi ha deciso di organizzare la narrazione della sua storia, una voce quindi molto intima, personale, praticamente priva di discorsi diretti, che, tra le altre cose copre un arco narrativo di oltre un decennio di vita della protagonista, esigendo così la necessità all’autore di affrontare la descrizione di un’importante evoluzione della voce narrante, da una ragazzina che si affaccia all’adolescenza, fino a una donna adulta con tutto il bagaglio di esperienze che si porta dietro.

Ebbene, come potete vedere, le sfide che Paparozzi si è messo di fronte nel momento in cui ha deciso di scrivere questo libro sono davvero ardue e posso dire che sono state vinte, sebbene forse – ma anche, a mio avviso, comprensibilmente – non tutte al massimo grado. Partiamo dall’idea di base, che sovraintende lo sviluppo della vicenda. È evidente che il seme della storia è quanto mai intrigante e catalizzatore di considerazioni molto interessanti. Se ai giorni nostri, nella società che conosciamo, in quella stessa comunità lacerata dalla contrapposizione logica-superstizione, scienza-fede, vaccini e scie chimiche, accadesse qualcosa di simile a quanto viene raccontato nei Vangeli, ovvero se una ragazzina si presentasse prima alla sua famiglia e poi al mondo intero incinta, ma vergine, cosa succederebbe? Cosa accadrebbe alla sua vita privata? Cosa accadrebbe alla sua vita pubblica (non potendo ovviamente fare a meno di averne una)? Ma nel libro non c’è solo questo. C’è anche il ruolo sociale e privato della donna rispetto alla maternità e rispetto al rapporto con l’uomo, tutti temi importanti e attuali che Paparozzi tratta con piglio e sensibilità, senza dare risposte (giustamente), bensì sollevando questioni e spunti di riflessione e discussione, come sempre la miglior fantascienza riesce a fare.

Per quanto riguarda invece la protagonista e la struttura narrativa, se il cambiamento del personaggio con l’età e le esperienze trovo sia stato ben delineato e piuttosto efficace, anche tramite l’utilizzo dell’evoluzione della lingua e delle capacità di astrazione e di ragionamento (forse giusto la voce della tredicenne l’ho trovata un filo artificiosa, ma va anche detto che non ho mai letto i diari di una tredicenne, quindi magari la colpa è mia!), non sono certo che una struttura diaristica così rigorosa sia stata la scelta ottimale. A mio avviso, infatti, una simile modalità risulta un’arma a doppio taglio, perché se da una lato consente l’esercizio della riflessione e l’aspetto intimista che ben si adatta all’approfondimento di una vicenda come questa, dall’altro è la negazione della celebre regola narrativa dello “show, don’t tell”, che dunque tiene il lettore distaccato dall’azione e dagli eventi, non essendo mai narrati in presa diretta, ma essendo sempre mediati da considerazioni a posteriori, e quindi penalizzando un po’ il coinvolgimento del lettore rispetto alla vicenda narrata e ai suoi personaggi e rendendo così la lettura generalmente meno agile e partecipata di quello che avrebbe potuto essere con una scelta differente.

Questo tuttavia non impedisce a Madre Nostra di essere un libro davvero notevole, un romanzo che contribuisce a evidenziare quali possano essere le (enormi) potenzialità letterarie della fantascienza italiana – orizzonte che si è ampliato in maniera impensabile nel corso degli ultimi anni, cosa che fa sempre più ben sperare per il suo futuro – da parte di un autore che, con premesse come queste, farà certamente ancora parlare di sé.

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