Madre Nostra, recensioni #2

La prima recensione a Madre Nostra arriva da Donato Rotelli, che sul suo Blog senza pretese analizza nel dettaglio il romanzo d’esordio di Stefano Paparozzi .
Vi proponiamo qui di seguito il suo articolo.


Seguo Stefano Paparozzi da alcuni anni con i racconti che pubblica sul suo blog e soprattutto con il miglior racconto delle ultime edizioni del premio Robot: Rendez-vous, di cui ho parlato qui. Aspettavo da parecchio un suo romanzo, ma finora sembrava essersi votato alla forma breve: nella pagina dei Ringraziamenti, racconta che il desiderio di dedicarsi a un’opera più lunga gli è venuto leggendo Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi (primo romanzo italiano pubblicato da Zona 42).

 

Madre Nostra ha in comune con i racconti precedenti alcune tematiche di fondo: un’idea fantascientifica con forti implicazioni sull’individuo, il conflitto fede-scienza, i legami famigliari, la crescita.

 

La storia di Miram Monteforti è narrata attraverso alcuni stralci di diario recuperati su una chiavetta USB, riordinati in parte dall’autrice, ritrovati e pubblicati da una persona a lei vicina. Iniziano nel 2016 con la prima gravidanza di Miriam, all’età di soli 12 anni: ma questa non è la storia strappalacrime di una ragazza madre, perché Miriam, nonostante all’inizio non sia creduta, è rimasta incinta da sola. E per miracolo o anomalia genetica, continuerà a rimanere incinta ogni due anni circa, diventando per alcuni una Madre delle Moltitudini da venerare e sfruttare, per altri un caso da studiare per risolvere il problema sempre più pressante della sterilità femminile.

 

Tutto sommato, potrebbe essere appena il materiale per uno di quei racconti di Paparozzi che ho tanto apprezzato, da un punto di vista fantascientifico non c’è molto altro (tenendo conto che per fantascienza non intendo solo l’anomalia genetica e le ricerche scientifiche, ma anche la nascita di un nuovo culto religioso) eppure la dimensione del romanzo dona a Madre Nostra una profondità letteraria e umana incredibile, specialmente per un’opera d’esordio: quello che ci interessa non è infatti scoprire il perché delle gravidanze, ma cosa accade nella testa di Miriam, la sua crescita interiore, gli eventi esterni della sua cerchia di famigliari e amici, la sua vita insomma.
Con grande maestria, l’autore riesce a dare credibilità al percorso di crescita – precoce, certo! – di una ragazzina comune (al di là del suo « dono ») attraverso la maturazione della scrittura.
Anche la spiegazione scientifica vera e propria è sempre filtrata dalla comprensione che Miriam ne ha, nelle varie fasi della sua crescita.
Non so se Fiori per Algernon sia un modello esplicito o abbia agito inconsciamente, ma è al toccante racconto di Daniel Keyes o ad alcune delle migliori storie brevi di Nancy Kress che accosterei questo romanzo.

 

Il diario è una forma di narrazione parziale, fortemente influenzata dagli stati d’animo di chi scrive e dagli scopi per cui scrive. In più sappiamo fin dalla premessa che quello di Miriam è stato rimaneggiato dalla stessa autrice e dalla persona che lo pubblica.
Anche se il lettore è naturalmente portato a identificarsi con la versione di Miriam (che si presenta peraltro molto onesta con sé stessa e incline al dubbio e all’autoanalisi), Paparozzi sa bene che quella che scrive è solo una versione della storia, e ogni tanto lo ricorda al lettore con alcuni indizi sparsi qua e là.
La rigidità della forma diaristica è temperata interventi del « curatore » che colma i vuoti e spesso mette in dubbio la collocazione di alcune parti, lasciando intendere che forse Miriam stava riordinando le pagine con l’intento di pubblicarle.
Ho apprezzato molto la sfasatura tra la numerazione dei capitoli decisa da Miriam (ogni pagina riporta il numero della gravidanza in corso, seguita da quello crescente del capitolo: da 1.1 a 6.10) e quella delle parti del romanzo (legata invece al rapporto con la Chiesa della Madre delle Moltitudini e con l’Istituto di ricerca Rosavich): sfasatura che contribuisce all’originalità della forma.

 

Se c’è un difetto che potrei imputare al romanzo, è quello di far pendere esplicitamente l’ago della bilancia verso la scienza, pur sollevando alcuni dubbi sulle motivazioni economiche dell’Istituto Rosavich. E non per una mia qualche convinzione religiosa, ma perché credo che un romanzo debba essere il più possibile lontano dalla dimostrazione di una convinzione ideologica del suo autore. Ma questo forse è un problema mio.
Un po’ deludente, invece, da amante della musica quale sono, è la totale mancanza di riferimenti musicali nella storia, cosa in cui speravo vista la cultura dell’autore (diplomato in Conservatorio) e la citazione iniziale della meravigliosa cantata Laß, Fürstin, laß noch einen Strahl, BWV 198 di Bach – il cui vero significato si coglie solo alla fine del romanzo. Eppure un culto religioso non dovrebbe avere un rapporto privilegiato con la musica?
Insomma, aspetto ancora un romanzo o un racconto di Stefano Paparozzi in cui questa parte della sua vita sia finalmente centrale. Ma intanto, non posso che consigliare a tutti la lettura di Madre Nostra: proprio per la sua caratteristica di fantascienza «debole » potrebbe avvicinare lettori diffidenti verso il genere, ma interessati a una toccante storia di maturazione personale.

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