L’involo: una fiaba, recensioni #1

Anche per L’involo: una fiaba, di Natalia Theodoridou, sono arrivati i primi commenti dei lettori.

Qui di seguito vi proponiamo quello che hanno scritto Cristiano Saccoccia sul suo Instagram e Maico Morellini  su facebook



Da Cristiano Saccoccia:
Avevo bisogno di una favola. Davvero. Ed è arrivata con la sua delicata apocalisse, la più dolce catastrofe pandemica possibile, ad Atene.

Parliamo di un libro di 50 pagine, dove narrazione e amore si fondono in attacchi di panico narrativi che fanno germogliare nuovi dolori. L’umanità è sull’orlo dell’estinzione a causa di una “peste aviaria” che trasforma tutti in uccelli. Avete capito bene, chi si ammala si trasforma nell’uccello che più lo rappresenta. I cieli della Grecia cullano gli stormi di corvi o il volo delle cicogne e il vagabondare delle allodole.
La protagonista trascina il padre malato attraverso la desolazione, mentre le piume e il becco prendono il posto della pelle e del viso di suo padre.
L’incontro con un’altra sopravvissuta le fa conoscere un’altra storia di perdita, dove l’anima gemella di questa ragazza si è trasformata in un falco che l’ha abbandonata, o forse la protegge dall’alto delle nuvole.
La peste cancella le persone, ma forse non i legami, non cancella tutto. Tutto quello che ci è stato ha un significato, ha importanza. La malattia e la trasformazione in volatili non cancella ogni cosa. Almeno così pare. Questa favola brilla tra le nevi del monte Olimpo dove siedono gli antichi dèi e ci racconta che le famiglie non finiscono mai. Che l’amore ha un senso anche oltre le normali istanze. Stare insieme significa anche volare lontani mentre il mondo che conosciamo finisce, per poi tornare indietro. Nel nostro nido. A volte bisogna perdersi e trovare se stessi. Questa fantascienza è la mia dose di poesia quotidiana.


Da Maico Morellini:
L’evoluzione è complessità? L’involuzione è semplificazione? Forse. O forse no.
Perché quando la terra viene colpita da un virus inarrestabile che involve tutti gli essere umani a volatili delle più svariate specie, quando le scuole diventano gabbie per rondini, quando la Grecia si trasforma in una landa diroccata dal virus, per Maria e per la figlia che porta in grembo c’è solo un modo per sopravvivere.
La favola. Una favola che Maria tesse e disfa, come una novella Penelope, in cerca dell’intreccio giusto, del giusto finale.
E allora l’involuzione non è più semplificazione, la favola non è più un modo per districare la complessità ma diventa l’unica via da percorrere per accettare l’epidemia, la perdita e per coltivare la speranza.
Natalia Theodoridou fa esattamente questo. Nel suo racconto lungo L’involo: una fiaba destruttura l’inaccettabile presente pandemico di Maria ricordandoci perché nelle favole è nascosta la chiave per decifrare una complessità altrimenti impossibile da spiegare.
E lo fa attraverso due (tre?) donne coraggiose, le loro perdite e le loro speranze offrendo anche una nuova coordinata per ciò che crediamo essere la libertà.

 

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