Il primo maggio della Zona

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori.
Per celebrare degnamente questa giornata abbiamo pensato di condividere con voi il capitolo 46 di Desolation Road, di Ian McDonald.

Buona lettura!

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46

Adesso ascolta.
C’era una volta un uomo che viveva in una casa dalla porta color sabbia. Non gli piaceva molto quel colore. Pensava che mancasse di carattere e di personalità. Ogni porta in ogni strada della città era dello stesso colore, e cambiare quello della sua avrebbe attirato l’attenzione di quelle persone a cui piacciono le porte color sabbia. Ogni mattina se la chiudeva alle spalle prima di andare al lavoro, dove guidava un carro siviera fino alla sirena del pomeriggio, prima di tornare di nuovo a casa e aprire la sua porta color sabbia, e ogni sera si sentiva triste pensando al suo squallore. Ogni giorno la apriva e la chiudeva e diventava sempre più triste, perché quella porta color sabbia era diventata il simbolo di tutto ciò che, nella sua vita, era grigio, monotono e ordinario.
Una domenica mattina andò allo spaccio della Compagnia e comprò un pennello e un grosso secchio di vernice verde. Non sapeva perché fosse uscito e fosse andato a comprarli, quella mattina si era svegliato con il colore verde in testa. Verde, verde, verde. Il verde era un colore riposante, meditativo, piacevole all’anima e agli occhi, sereno; il verde era il colore delle cose che crescono, era il colore preferito di Dio: dopotutto, pensate a quanto l’ha utilizzato. Per cui si infilò i suoi vecchi abiti da lavoro e iniziò a dipingere. Nel giro di poco tempo in molti si radunarono a guardare. Alcuni volevano provare, per cui l’uomo che amava il verde gli offrì il pennello e permise loro di dipingere un pezzo della sua porta. Grazie al loro aiuto non ci volle molto prima che l’opera fosse finita, e tutti quelli che guardavano furono concordi nel dire che il verde fosse un bellissimo colore per una porta. Allora l’uomo ringraziò i suoi aiutanti, appese un cartello che diceva “Vernice fresca” ed entrò in casa per pranzare. Per tutto il pomeriggio della domenica, le persone continuarono ad arrivare per guardare la sua porta e a complimentarsi con lui perché dopo strade e strade di porte color sabbia ce n’era solo una che fosse verde.
Il giorno seguente era un lunedì, perciò l’uomo che amava il verde si mise il gilè e i pantaloni e l’elmetto e uscì dalla sua porta verde per unirsi al flusso degli operai che si riversavano nella fabbrica. Versò acciaio tutta la mattina, mangiò il suo pranzo, bevve un po’ di birra con gli amici, andò in bagno, versò altro acciaio fino alle diciassette, quando le sirene suonarono, e tornò a casa di nuovo.
Ma non riusciva a trovare la sua casa.
Tutte le case della via avevano la porta color sabbia.
Forse aveva sbagliato a girare: controllò il nome della via. Giardini Adam Smith. Lui viveva in Giardini Adam Smith. Che fine aveva fatto la sua casa con la porta verde? Contò la fila di porte color sabbia fino ad arrivare alla numero diciassette. Quella al numero diciassette era la sua casa, la casa con la porta verde. Solo che la porta era tornata color sabbia.
Quando era uscito quella mattina, la porta era verde. Quando era tornato a casa, era color sabbia. Allora vide un piccolo bagliore verde, dove qualcuno aveva lasciato una goffa impronta, splendere attraverso il color sabbia.
– Bastardi! – urlò l’uomo che amava il verde. La porta color sabbia si aprì e ne uscì un ometto con i denti sporgenti, vestito con la divisa di carta della Compagnia, e gli fece un discorsetto sulla necessità di eliminare indesiderabili elementi di individualismo tra lavoratori nell’interesse dell’armonia economica, in accordo con il Piano di Sviluppo e con il Manifesto del Progetto, che non prevedevano nei sistemi di ingegneria sociale delle unità lavoro colori disfunzionali e individualisti: come il verde, diversamente dai colori uniformi, ufficiali, funzionali e socialmente armonici, come il sabbia delle case degli operai, sottosezione porte d’entrata e uscita.
L’uomo che amava il verde ascoltò il discorso con pazienza. Poi fece un respiro profondo e tirò un pugno fortissimo sui dentoni dell’ometto vestito della divisa della Compagnia.
Il nome dell’uomo che amava il verde era Rael Mandella Junior. Era un uomo semplice, ingenuo, senza un destino e ignaro della maledizione che stava mettendo radici nella sua colonna vertebrale. In occasione del suo decimo compleanno aveva detto a sua madre le seguenti parole.
– Sono una persona semplice e mi piacciono le cose semplici come il sole, la pioggia e gli alberi. Non voglio entrare nella storia, ho visto quello che è successo a papà e alla zia Taasmin. Non voglio essere un uomo che pensa solo al lavoro e al guadagno, come Kaan con la sua catena di ristoranti, voglio solo essere felice, e se significa combinare poco va bene così. – La mattina seguente, Rael Mandella Junior prese la scorciatoia da casa Mandella verso i cancelli di Steeltown e, una volta attraversatoli, divenne l’autista di un carro siviera, Azionista 954327186, e lo rimase con gioia, un uomo semplice che non combina mai niente, fino alla domenica mattina in cui un’urgenza mistica lo spinse a dipingere la sua porta di verde.
L’azionista 954327186 venne sospeso dal suo lavoro e venne avviata nei suoi confronti un’indagine da parte del Tribunale Industriale. Si inchinò di fronte agli ufficiali giudiziari, con rispetto, senza amarezza né risentimento, perché la legge è legge, e tornò a casa dalla sua porta color sabbia dove trovò una mezza dozzina di manifestanti che marciavano in cerchio.
– Reintegrate Rael Mandella, – dicevano. – Reintegratelo, reintegratelo, reintegratelo!
– Cosa ci fate davanti a casa mia? – chiese Rael Mandella Junior.
– Stiamo protestando contro la tua ingiusta sospensione, – disse un giovane zelante che portava un cartello con scritto “Il sabbia è noioso, il verde è splendido”.
– Siamo la voce di chi non ha voce, – aggiunse una donna ossuta.
– Scusatemi, ma io non la voglio la vostra protesta, grazie. Non vi ho nemmeno mai visti, per favore, andatevene via.
– No! – disse il giovane zelante. – Sei un simbolo, capisci, il simbolo della libertà per gli schiavi oppressi dalla Compagnia. Sei lo spirito della libertà schiacciata dal tacco dello stivale dell’industria.
– Ho solo dipinto la mia porta di verde. Non sono il simbolo di un bel niente. Adesso andatevene prima di ritrovarvi nei guai con le guardie di sicurezza.
Continuarono a marciare fuori dalla sua casa fino a notte fonda. Rael Mandella Junior alzò il volume della radio e chiuse le persiane.
Il Tribunale Industriale lo giudicò colpevole di comportamenti antisociali e violenza privata ai danni di un impiegato della Compagnia nell’adempimento dei suoi doveri. Il presidente, nel corso del suo breve riassunto, utilizzò le parole “feudalesimo industriale” trentanove volte, e concluse che il dirigente di primo livello Facilitatore delle Relazioni Industriali E. P. Veerasawmy non era che un pavido pezzettino di merda che da tempo si meritava un bel pugno in pieno becco, ma l’Azionista 954327186 non era certo la persona che doveva prendere questa decisione e, di conseguenza, lo multò con due mesi di stipendio da pagarsi nel corso dei successivi dodici e col divieto di promozione nella sua sezione per i due anni seguenti. Riebbe il suo lavoro da autista. Rael Mandella scrollò le spalle. Aveva sentito di sentenze peggiori.
I manifestanti erano fuori ad attenderlo, pronti con slogan e striscioni.
– Basta con l’oppressione draconiana degli Azionisti! – gridava la donna ossuta.
– Basta con i processi farsa! – urlava il giovane zelante.
– Le porte verdi sono un nostro diritto! – urlava un terzo manifestante.
– Rael Mandella è innocente! – gridò un quarto, e un quinto aggiunse, – Annullate la sentenza! Annullate la sentenza!
– A dire la verità me la sono cavata con poco, – disse Rael Mandella Junior.
Lo seguirono fino a casa. Continuarono a marciare lì fuori. L’avrebbero seguito persino al centro sociale, quella sera, se non fosse che stavano anche partecipando a un boicottaggio dei circoli ricreativi della Compagnia, per cui restarono fuori a marciare sventolando i loro striscioni, intonando i loro cori, e cantando le loro canzoni di protesta. Rael Mandella Junior, un po’ brillo, se la svignò uscendo dalla porta di servizio così che non lo seguissero. Sentì delle urla e sbirciò dietro l’angolo dello spaccio della Compagnia per accertarsi che nessuno si fosse accorto della sua evasione. Quello che vide gli fece smaltire la sbornia all’istante.
Vide forze di polizia armate e bardate che infilavano manifestanti, slogan, striscioni, cartelli e grida in una camionetta blindata nera e dorata di un tipo che non aveva mai visto prima. Due guardie vestite di nero e oro uscirono dal centro sociale scuotendo la testa. Si infilarono nel retro della camionetta che se ne andò via. Verso la casa di Rael Mandella Junior.
Aveva giurato che non sarebbe mai tornato alla casa dei suoi genitori fino a quando avesse avuto un lavoro e la sua indipendenza, ma quella notte infranse il giuramento, si infilò sotto il filo spinato, e dormì a casa Mandella.
Il bollettino delle sei della Compagnia, la mattina seguente, raccontava una storia a tinte fosche. La notte precedente, un certo gruppo di Azionisti aveva bevuto troppo (o “alzato il gomito”, per dirla col popolino) e, in preda ai fumi dell’alcool, si era avvicinato troppo ai margini delle rocce desertiche ed era caduto verso morte certa. Il mezzobusto concludeva il suo racconto ammonendo contro i rischi dell’alcool e ricordando che il Vero Azionista non permetteva che niente inficiasse la sua efficienza per la Compagnia. Non fece nomi né numeri. Rael Junior non aveva bisogno di sentirli. Stava iniziando a ricordare il malessere spirituale dei suoi giorni di infanzia; una nausea, un bisogno, un destino, un mistero, e seppe, mentre Santa Ekatrina gli serviva la colazione a base di uova e tortini di riso, che non poteva più stare in silenzio, che aveva un destino, che doveva parlare, che doveva vendicarli. Seduto nella cucina della madre, sentì le nuvole aprirsi e scorse il suo futuro, terribile e spaventoso. Un futuro da cui non poteva sfuggire.
– Quindi, – disse la madre indaffarata. – Che si fa?
– Non lo so. Ho paura… Non posso tornare, o mi arresteranno.
– Non mi interessa cos’hai fatto o non hai fatto, – disse Santa Ekatrina. – Fa’ ciò che è giusto, e questo è quanto. Segui il tuo cuore.
Armato di un megafono preso in prestito, Rael Mandella Junior attraversò un campo di rape, si infilò in un canale sotterraneo conosciuto solo a lui e a suo fratello, e nuotò attraverso le feci galleggianti verso il cuore di Steeltown. All’insaputa di tutti, salì sull’aiuola di cemento rialzata dei Giardini del Feudalesimo Industriale e si preparò a parlare.
Le parole non gli uscivano.
Non era un oratore. Era un uomo semplice; non era capace di far volare le parole come aquile, di fenderle come spade. Era un uomo semplice. Un uomo semplice, amareggiato e arrabbiato. Sì… La rabbia. La rabbia avrebbe parlato per lui. Prese la rabbia che aveva nel cuore e se la portò alle labbra.
Le madri i figli i vecchi i passanti si fermarono e ascoltarono le sue frasi rabbiose rimbalzare. Parlò di porte verdi e di porte color sabbia. Parlò di persone e di cose tenere e personali che non comparivano in nessuno dei rapporti della Compagnia né negli estratti conto; di fiducia, di scelta, di espressione di sé, delle cose di cui tutti hanno bisogno e che non sono cose, materiali e fornite dalla Compagnia, ma cose senza le quali le persone avvizziscono e muoiono. Parlò del suo essere un uomo semplice e non una cosa. Parlò delle cose terribili che la Compagnia faceva alle persone che volevano essere persone e non cose, parlò della polizia e della camionetta che non aveva mai visto prima e di quelle persone portate via un venerdì sera e buttate giù da un dirupo perché volevano più di quanto la Compagnia fosse pronta a dare. Parlò di vicini di casa e colleghi sottratti alle loro case e ai loro luoghi di lavoro a causa delle delazioni degli informatori della Compagnia, parlò la lingua sgrammaticata del cuore e aprì ferite pulsanti nelle anime di chi lo stava ascoltando.
– E cosa ci suggerisci di fare? – chiese un uomo alto e magro il cui fisico esile tradiva la sua appartenenza a Metropolis. La folla ormai cresciuta raccolse la domanda.
– Non… Saprei… – disse Rael Mandella Junior. L’eccitazione si spense. Le persone si sentirono vacillare, portate al limite e poi abbandonate. – Non lo so. – Iniziarono a gridare cosa facciamo cosa facciamo cosa facciamo e fu allora che gli venne in mente. Sapeva cosa fare, qualcosa di semplice e chiaro come una mattina d’estate. Riprese in mano il megafono.
– Organizziamoci! – urlò. – Organizziamoci! Non siamo loro proprietà!

(Estratto da Desolation Road, di Ian McDonald. Traduzione di Chiara Reali)

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