Elysium, recensioni #5

Donato Rotelli ha dedicato uno splendido pezzo ad Elysium, di Jennifer Marie Brissett, sul suo Blog senza pretese.
Con il suo permesso ve lo riproponiamo qui.


La memoria dell’umanità – Su “Elysium” di J. M. Brissett

Elysium di Jennifer Marie Brissett è stato, fin dalla prima volta che ne ho sentito parlare uno dei libri che più ho atteso e desiderato leggere. Uno di quei romanzi destinati a piacermi ancora prima di averli presi in mano, e al tempo stesso uno di quei romanzi di cui è difficile parlare senza sciuparne un poco la lettura.

Come spiegare infatti un romanzo formato da racconti in cui ritroviamo personaggi, situazioni e immagini che si ripetono, pur cambiando capitolo dopo capitolo, e al tempo stesso mantengono tra di loro le stesse relazioni?

Elysium è una storia d’amore e di lutto lunga alcuni secoli, una storia di individui e al tempo stesso collettiva, una storia in cui assistiamo ripetutamente alla fine di un amore e alla fine dell’umanità.
Una storia d’amore in tutte le sue possibili declinazioni – coniugale, adultero, clandestino, fraterno, filale… – tra Adrianne/Adrian e Antoine/Antoinette, tra Adrian ed Hector e Adrianne e Hellen, e così via in un’eterna ripetizione delle relazioni profonde che legano questi personaggi. Come scrive Paul Di Filippo, l’intento della Brissett è quello di « farci riflettere […] su cosa forma gli elementi più profondi del sé e della personalità, e cosa è superficiale ».

E allora a fine lettura non resta che chiedersi cos’è essenziale nei rapporti tra questi personaggi, cos’è immutabile nelle tante permutazioni che si verificano sotto i nostri occhi?
La risposta che mi sento di dare è: la memoria.
Che si tratti di un matrimonio in crisi o della perdita di un figlio, quello che resterà in vita è la memoria di un amore.
Questo è il grande progetto a cui Adrian (uno dei tanti Adrian) dedicherà gli ultimi anni della sua vita e che prenderà il nome di Elysium: i Campi Elisi di un’umanità senza più speranza del futuro, se non nel ricordo.

Così come per la trama, Elysium è un libro difficile da collocare anche in un genere. Inizia come un racconto di Raymond Carver, prosegue in un futuristico Impero romano, ci conduce in un manicomio (è tutta un’allucinazione quella che stiamo leggendo?) poi si tramuta in un racconto di guerra, in un’apocalisse zombie, in un’invasione aliena, un campo di prigionia virtuale… ma rimane sempre tutto sullo sfondo: sappiamo ben poco di quello che è successo sulla Terra nei frequenti salti temporali – possiamo ricostruirlo dai rapidi cenni, ma ciò che conta sono sempre le relazioni tra gli individui.

A tenere insieme il filo di questi racconti d’amore che si susseguono ci sono, oltre ai nomi e alle corrispondenze dei ruoli, alcune immagini ricorrenti: un gufo, un alce, un angelo.
Anche le frasi assumono, man mano che si va avanti nella lettura, quasi un valore formulare: la ripetizione non è un vezzo del romanzo, ma il suo senso più profondo. È solo ripetendo queste immagini che si potranno fissare nella memoria le esistenze di alcuni individui e l’unicità del loro amore. Ma al tempo stesso, ripetendosi, quell’amore non è più un evento casuale, frutto di un tempo e di un luogo precisi, ma una caratteristica – forse la più essenziale – dell’umanità intera.
Ed ecco che la memoria di un amore diventa memoria dell’umanità.

 

Una sera di pioggia forte quasi come questa, Adrian ci aveva sentito suonare Chopin. Era il suo preferito fra i Preludi, di cui fino ad allora aveva ascoltato solo registrazioni: Op. 28, n. 15. Il giovane pianista batteva al ritmo delle gocce di pioggia come se tutto intorno a lui non contasse nient’altro. Come se il mondo esterno fosse spartito ed esistesse soltanto la musica. Ogni nota risuonava contro il soffitto e restava sospesa come una goccia di pioggia a mezz’aria. Il tempo si era fermato e Adrian era Rapito. Riusciva a stento a respirare. Che meraviglia. Chiuse gli occhi come per risentire quel pianoforte. A riscuoterlo dal ricordo fu il calore della mano di Antoine che si infilava nella sua.
(Capitolo 16)

 

L’edizione di Zona 42 (prima traduzione mondiale del romanzo) riflette la scelta di affrancarsi dalle maglie (a volte veramente troppo strette) del nostro genere preferito: innanzitutto nella scelta di una traduttrice d’eccezione, Martina Testa, alla cui opera si devono le edizioni italiane di autori come David Foster Wallace, Cormac McCarthy, Jonathan Lethem, Jennifer Egan, Kurt Vonnegut: non a caso autori in bilico tra i generi, aperti alle più diverse influenze.
La prosa, come forse si può cogliere dagli esempi citati, è semplice e quasi rarefatta, e deve molta della sua forza poetica alla ripetizione di intere frasi, leggermente variate, e ad alcune immagini apparentemente incongruenti.

È un dolore non urlato quello che ci racconta la Brissett: forse troppo grande per essere vissuto diversamente che con la mesta eleganza di queste frasi brevi e delicate. Come gocce di pioggia o note di un pianoforte.

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